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Rofrano
Escursionismo
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L’acqua ca nu camina feti. L’acqua che non scorre emana cattivo odore. Il proverbio Rofranese è diretto al pigro e vuole invogliarlo a camminare.
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Che cos’è il Cippuni?
Definirlo semplicemente un falò di Natale sarebbe riduttivo, un’immagine troppo semplice per cogliere la profondità

Giornata sociale EcoGreen a Rofrano: volontari in azione per restituire dignità al territorio deturpato
Oggi, 10 novembre 2024, si è svolta la Giornata Sociale EcoGreen, un’iniziativa che ha visto

Rofrano non esiste più
Ogni racconto nostalgico è, di per sé, un tassello mancante: ci aggrappiamo a memorie sbiadite
Proverbi
Il sistema ha scelto un proverbio per te
4.9.Vicinali miu, spicchiali miu = Vicino mio, specchio mio!
Un noto proverbio italiano è ancora più sintetico: “Il vicino è lo specchio”, ossia un modello che indica come comportarsi; ciò è vero a condizione che si tratti di un buon vicino. Un vicino che non è esemplare, fa sorgere sempre dei problemi: non per nulla gli antichi romani affermavano, in con-trasto col proverbio “rofranese”, che “la vicinanza è la madre della discordia”. Certamente un buon vicino è un grande aiuto, non solo per il suo
buon esempio, ma anche per l’aiuto e per i consigli che può offrire in caso di necessità. Per conservare i buoni rapporti con il proprio vicino e quindi averlo come amico è indispensabile il ricorso alla preghiera, poiché “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce”(Gc 1,17) e “tutto è grazia”, ha affermato il noto scrittore francese Bernanos. Inoltre bisogna essere gentili e caritatevoli verso i vicini: s. Francesco ha detto che “la cortesia è sirocchia (sorella) della carità”.
4.8.Chi voli sèrivi n’amicu s’eddà scummirà = Chi vuole servire un amico, si deve scomodare.
La parola servizio ha un grande valore per il cristiano, che non dovrebbe mai dimenticare l’esempio e le parole di Gesù, che ha detto: “… chi vuol essere il primo tra voi, sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”(Mc 10,44-45). Deve ricordare pure che Maria, la Madre di Dio e Madre nostra, si è definita “serva del Signore”. Se uno crede che nel prossimo, e in particolare nell’amico, c’è l’immagine del Signore, non trova mai difficoltà a scomodarsi per servirlo. Non è possibile aiutare un amico senza fare almeno qualche piccolo sacrificio. Un vero amico accetta volentieri i sacrifici per aiutare un amico; del resto, i sacrifici si fanno a vicenda e quindi quando uno sente un certo disagio per venire incontro a un amico, dovrebbe pensare che anche il suo amico farebbe dei sacrifici per lui, per soddisfare alle sue richieste. Ecco allora la regola d’oro, pro-posta da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”(Mt 7,12).
4.7.7. L’amicu ti l’erà fa prima ri lu tiempu = L’amico devi fartelo prima del tempo.
In sostanza, il proverbio vuole consigliare una persona a farsi l’amico prima di aver bisogno di lui. Infatti, chi ha bisogno di qualche favore, prima di chiederlo, va a trovare l’amico e gli porta qualche dono oppure lo invita a casa e durante il pranzo o la cena gli chiede il favore di cui ha bisogno. Specialmente nel passato, quando una persona povera, doveva recarsi a casa di una persona benestante, per chiederle un favore, non andava mai a mani vuote. Da questo fatto è sorto anche il proverbio: “Quando vai a trovare qualcuno, devi bussare con i piedi”. Infatti, bussando con i piedi, chi sta in casa intuisce che la persona che bussa porta qualche dono e gli apre volentieri la porta. Oggi, anche nei paesi piccoli, il dislivello sociale è quasi scomparso, e purtroppo è sparita anche la possibilità di comunicare con gli altri, mentre nel passato, quando nessuno aveva il televisore, i vicini di casa di scambiavano le visite a vicenda, per dialogare e, talvolta, per compiere qualche lavoro, per esempio sbaccellare fagioli o togliere le brattee esterne alle pannocchie di granoturco, le quali, una volta essiccate, servivano per i materassi e per confezionare le sigarette.
4.6.Rari cu dari e l’amicizia rura = Dare con dare e l’amicizia dura.
Il proverbio è simile al precedente e vuole affermare che l’amicizia si rafforza con lo scambio di doni. Non mancano le occasioni per offrire un dono a un amico: nella vita di una persona ci sono tante ricorrenze che i buoni amici ricordano puntualmente, ossia il giorno dell’onomastico o del compleanno, anniversari, feste, battesimi di bambini, ecc. Una volta, nei paesi del Meridione, sia gli onomastici sia i compleanni non si festeggiava-no e normalmente i doni si scambiavano soltanto nelle grandi solennità o in altre poche occasioni. Oggi invece si festeggiano. Il proverbio non si riferisce soltanto ai doni, ma anche al prestito certi oggetti o attrezzi che i vicini di casa chiedevano, in quanto nelle case non c’erano tutte quelle comodità che oggi vi sono; col prestito vicendevole di vari oggetti l’amici-zia veniva rafforzata. Nel passato c’era più povertà, ma forse più solidarietà, poiché quando serviva qualcosa e si chiedeva, veniva sempre data: la porta era normalmente sempre aperta, anche materialmente; infatti, le porte delle abitazioni si lasciavano aperte anche quando uno non era in casa per qualche tempo; ci si fidava molto l’uno con l’altro.
4.5.Aggia lu tuu stipu e vai a truvà l’amicu = Abbi (pieno) il tuo stipo e poi vai a trovare l’amico.
Una variante del proverbio lo completa in questo modo: “ca si l’amicu ti veni mancu, vai a casa e mangi”= che se l’amico ti viene meno, vai a casa e mangi. Il proverbio, forse soltanto in modo apparente, esprime una concezione un po’pessimistica dell’amicizia; tuttavia bisogna notare che lo scambio di parole, di favori e di cose è vicendevole tra amici e quindi nel proverbio ci può essere una sottigliezza: quando sei andato a trovare un amico e lui ti ha offerto il pranzo o la cena, devi ricordarti che anche lui potrebbe venire a trovarti in un momento in cui tu non lo aspetti e quindi, per poter ricambiare la sua gentilezza, devi avere lo stipo (oggi si direbbe il frigorifero) con tutto ciò che serve per preparare il pranzo o la cena. È noto il “buon cuore”delle persone del Sud, dove, quando un uno va a trovare un parente o un amico, difficilmente ritorna digiuno alla propria casa.
4.4.Rinari e amicizia vanu cuntra la giustizia = Denari e amicizia van-no contro la giustizia.
Non solo nel passato, ma anche oggi la piaga sociale dell’affarismo è piuttosto diffusa ed è difficile eliminarla. Quando uno ha bisogno di un favore e non può ottenerlo con le sue risorse, sborsa una certa somma di denaro a chi può aiutarlo e lo ottiene; oppure si rivolge ad un amico (in questo caso, non sempre si tratta si tratta di un’amicizia cristiana) e ottiene ciò che vuole. Infatti, un altro proverbio rofranese afferma: “Li rroti si nu l’aunti nu camìnanu”, ossia Le ruote, se non le ungi (lubrifichi), non camminano. Ciò accadeva (e avviene ancora oggi) specialmente quando si voleva ottenere un favore da uno che lavorava negli uffici pubblici. Tra i fatti di cronaca riportati dai mass media, spesso sono riferiti quelli che riguardano favori ottenuti in modo illecito, ossia per mezzo delle cosiddette “bustarelle”.
4.3.A l’amici e a li cumpari si parla chiaru = Agli amici e ai “compari” si parla chiaro.
La franchezza raccomandata dal proverbio si dovrebbe usare verso tutti, in quanto è raccomandata da Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”(Mt 5,37). Ciò non significa che bisogna dire tutto. “Il saggio pensa tutto quel che dice, ma non dice tutto quel che pensa” (Aristotele). Gli amici trovano le occasioni per incontrasi e dialogare, ma il dialogo deve avvenire all’insegna della spontaneità ed è un’arte che s’impara dialogando. Tuttavia vi sono delle regole che bisogna tenere presente: 1.Imparare ad ascoltare; 2.Riflettere un attimo prima di rispondere; 3.Intervenire con calma e non interrompere spesso; 4.Parlare con naturalezza, evitando il tono da maestro; 5.Esprimere il proprio parere, senza imporlo; 6.Chiedere chiarimenti su certe espressioni, evitando la suscettibilità. Il proverbio raccomanda, in particolare, la franchezza anche con i “compari”, ossia con i padrini. Tra loro e i figliocci c’è una parentela “spirituale”, e, di conseguenza, i figliocci, oltre al rispetto, devono usare franchezza nel parlare con loro. Questa “parentela”è molto sentita nei paesi del Meridione e quindi anche a Rofrano, dove non solo tra padrino e figlioccio, ma anche tra i membri di entrambe le famiglie c’è l’uso di premettere al nome l’appellativo “compare”e, al femminile, “comare”, quando sono nominati.
4.2.A lu bisuognu si cunusci l’amicu = Nel bisogno si conosce l’amico.
L’amicizia, in pratica, si basa sull’aiuto reciproco. Alessandro Manzoni, infatti, ha definito l’amicizia “una delle più grandi consolazioni umane”. L’amicizia però non si basa soltanto sulle buone parole, che pur sono molto importanti, ma anche sui fatti: gli amici avvertono il desiderio di esprimere la loro amicizia anche con segni tangibili, che rafforzano l’amicizia, e in qualche modo la mettono alla prova. La S. Scrittura, infatti, consiglia: “Se intendi farti un amico, mettilo alla prova e non fidarti subito di lui”(Sir 6,14). L’amicizia può nascere all’improvviso o in modo graduale, ma solo il tempo permette di valutare se si tratta di un vero sentimento di amicizia. Nell’amicizia, oltre alle consolazioni, ci possono essere dei momenti difficili, che sono superati con un dialogo sincero e costruttivo. Gesù ci ha indicato l’ideale della vera amicizia: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”(Gv 15,13) e ha pure precisato la condizione per essere suoi amici: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”(Gv 15,14).
4.1.Vali chiù n’amicu ca cientu rucati (r’oru) = Vale più un amico che cento ducati (d’oro).
L’amicizia è uno dei valori fondamentali della vita umana. Il suo valore è inestimabile. Non per nulla un proverbio arabo afferma che “si può vivere senza fratelli, ma non senza amici”. L’espressione “cento ducati”o la variante “cento ducati d’oro”non è da intendersi alla lettera, ma soltanto in senso metaforico. Nella Bibbia, già nell’Antico Testamento, vi sono molte frasi sul valore dell’amicizia; anche la nota frase “Chi trova amico trova un tesoro”deriva dalla Bibbia: “Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro”(Sir 6,14). Forse non a caso il proverbio fa il confronto tra l’amicizia e il denaro, in quanto spesso è proprio il denaro che determina la fine di certe amicizie, che ovviamente non erano autentiche, ossia erano fondate solo su valori umani e non su quelli spirituali. Certamente, ci sono amicizie umane molto solide che spingono gli amici a fare grandi sacrifici, per conservarla, ma normalmente la vera amicizia, quella che supera ogni ostacolo, si fonda sui valori religiosi, come precisa un passo della S. Scrittura: “Un amico fedele è un balsamo di vita; lo troveranno coloro che temono il Signore”(Sir 6,16).
3.5.Chi mina lu cchiummu vai ‘nfatunnu e chi mina la paglia vai a funnu = Chi getta il piombo (nell’acqua) esso galleggia e chi vi getta la paglia, questa affonda.
È un proverbio, espresso in forma iperbolica, che afferma che contro la “sfortuna”non si può fare niente: se uno è “fortunato”, gli va tutto bene; se invece è “sfortunato”, non gliene va una dritta. Anche soltanto col buon senso, si arriva a capire che se uno s’impegna ottiene sempre qualcosa, anche se non sempre è possibile avere quello che si desidera. Chi è credente e confida nella Divina provvidenza, consegue sempre del bene, ma a condizione che s’impegni, per ottenere il bene che desidera. Sant’Agostino ha affermato che “Dio non aiuta i negligenti”. Un proverbio molto noto sentenzia: “Aiutati che il Ciel ti aiuta”. Gli antichi romani affermavano: “Audentes fortuna iuvat”: la fortuna aiuta gli audaci. Chi è cristiano non crede alla fortuna, ma alla parola di Gesù, che in tanti passi del Vangelo, ci invita a confidare nel buon Dio, che non abbandona mai chi si rivolge a lui con fiducia e perseveranza.
3.4.L’èriva can nu bogliu a l’uortu mi nasci = L’erba che non voglio nell’orto mi nasce.
Nella vita può capitare che ciò che non si vuole si è costretti ad accettare. Quanti mali fisici, psichici e morali non si vorrebbero avere, eppure si è costretti ad accettare, per colpa nostra o per colpa degli altri! Quante volte abbiamo fatto questa esperienza: non possiamo avere tutto quello che vorremmo; eppure, non sempre pensiamo che tutto quello che vorremmo talvolta non è un bene per noi. Come risolvere questo dilemma del cuore umano?Ascoltando i consigli dei santi, che sono maestri non soltan-to dei cristiani, ma anche dei non credenti, in quanto, dal punto di vista umano, sono dei grandi saggi. Per esempio, s. Alfonso de’Liguori ha scritto nel libretto Uniformità alla volontà di Dio: “Dobbiamo mirar tutte le cose che ci accadono e ci avranno da accadere, come procedenti dalle divine mani. E tutte le nostre azioni dobbiamo indirizzarle a questo solo fine di far la volontà di Dio, e farle solo perché Iddio le vuole”.
3.3.Casa accummirata, morti priparata = Casa accomodata, morte preparata.
Certamente è capitato che, uno dopo aver fatto tanti sacrifici per rendere la sua casa più confortevole, sia passato all’altro mondo, ma certamente non si tratta di una realtà che si verifica sempre, come il proverbio potrebbe far credere. Se il proverbio fosse sempre valido, forse non tutti penserebbero di ristrutturare la propria casa, ma, come si è potuto constatare anche a Rofrano, nel dopo guerra, quasi tutti, pur conoscendo il proverbio, hanno ammodernato la propria abitazione. Tuttavia credo che il proverbio voglia metterci in guardia da un vizio, quello di accumulare ricchezze, senza riflettere se i mezzi usati siano giusti o ingiusti. Anche Gesù, con la parabola del ricco avaro e stolto ci vuole dire di non accumulare tesori. Infatti, il ricco avaro udì queste parole: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato per chi sarà?”(Lc 12,20). E Gesù, aggiunge: “Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio”(Lc 12,21). Chi accumula ricchezze e non pratica la carità, mette a repentaglio la salvezza eterna e inoltre può provocare discordie e inimicizie tra i figli, a causa delle ricchezze paterne da dividere.
3.2.Chi nasci hrassu mori poviru e chi nasci poviru mori hrassu = Chi nasce ricco muore povero e chi nasce povero muore ricco.
È molto probabile che ciò che afferma il proverbio si sia avverato in qualche caso, ma certamente non si tratta di un’affermazione che si avvera sempre. Infatti, chi nasce in una famiglia povera viene educato, per necessità, alla “scuola”del lavoro, del sacrificio e della privazione e proprio in virtù di queste qualità umane può arrivare a essere ricco. Viceversa, chi nasce in una famiglia benestante, può essere viziato e crescendo nel vizio può giungere facilmente alla povertà e morire miseramente. Sappiamo che nel Terzo Mondo, molti nascono, vivono e muoiono nella miseria, anche per l’egoismo di tante nazioni ricche, che sprecano tanto cibo, che potrebbe sfamare molti poveri. Sappiamo pure che tanti, nascendo in una famiglia ricca, ma cristiana autentica, aiutano i poveri e anche in virtù della loro carità, il buon Dio concede loro una morte serena, con i conforti della religione cristiana. Il proverbio sembra considerare la povertà in modo negativo, ma non è così: tanti santi, fra i quali s. Francesco d’Assisi, sull’esempio di Gesù, scelsero una vita povera e distaccata dalle ricchezze di questo mondo e vissero nella letizia, facendo del bene a tutti e morirono nella pace e nella serenità.
3.1.Chi ristinu nasci cangià nu poti = Chi nasce con un destino, non può cambiarlo.
È un proverbio formulato da una persona che certamente credeva nella predestinazione. Se si ammette la predestinazione, ossia la mentalità che una persona nasce con destino ben definito, bisogna pure ammettere che non esiste la libertà umana e quindi non esiste né merito né demerito circa le azioni umane. Anche col buon senso, si può capire che si tratta di un’affermazione sbagliata. Infatti, prima di agire, una persona normale valuta con la propria coscienza e per mezzo delle cognizioni morali, se una certa azione è buona o cattiva. Uno studente sa che se studia, potrà superare l’esame, ma se non studia e va fare l’esame basandosi soltanto su quello che ha ascoltato dal professore, corre il rischio di non superarlo. Bisogna pure precisare che “libertà”non significa fare tutto ciò che si vuole, ossia il male, che è tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio e quindi alla sua legge. La libertà va usata soltanto per il bene, e non per fare il male a se stessi e agli altri. Nel Catechismo di s. Pio X (n. 65) è scritto: “Se l’uomo è libero, può fare il male? L’uomo può, ossia è capace di fare anche il male; ma non lo deve fare, appunto perché è male: la libertà deve usarsi solo per il bene”.
2.7.Quanna Natali veni ri ruminica, vìnniti li vuoi e accàttati la mirga = Quando Natale cade di domenica, vendi i buoi e compra la mèliga.
Il proverbio è equivalente a questo, in lingua italiana: “Quando Natale vien di domenica, vendi la cappa per comprar la meliga”, ma l’ho conservato, poiché c’è una variante importante nella forma dialettale. Esso afferma che quando il s. Natale ricorre di domenica, bisogna vendere i buoi e comprare la meliga, in quanto ci sarà una male annata. Una volta, le per-sone povere, per sostentarsi, mangiavano pane di meliga (detta anche sorgo o saggina), un cereale che resiste alla siccità e che quindi viene coltivata nei luoghi aridi. Oggi si coltiva soltanto nei paesi in via di sviluppo. Col buon senso, si dovrebbe arrivare a capire che non esiste nessuna relazione tra il s. Natale ricorrente di domenica e la carestia. Nel passato, forse avvenne una carestia in un anno in cui il s. Natale avvenne di domenica e qualcuno pensò che essa fosse avvenuta a causa della suddetta coincidenza festiva, ma si tratta di una congettura suggerita dalla superstizione e quindi dall’ignoranza del Vangelo e della dottrina cristiana.
2.6.Pasca marziatica: o uerra o famatica = Pasqua di marzo: o guerra o carestia.
Secondo questo proverbio, quando la s. Pasqua ricorre nel mese di marzo ci sarà la guerra o la carestia. Può essere capitato che in un anno in cui tale solennità è caduta in marzo si sia verificata una guerra o una carestia, ma certamente la s. Pasqua non ha niente a che vedere con la guerra e la carestia, anzi essa la solennità centrale dell’anno liturgico, il giorno in cui è avvenuta la nostra redenzione e quindi la liberazione dal peccato e dal demonio, che è “l’origine e la causa di ogni male”. Le guerre avvengono quando non si osservano i precetti divini, ossia quando non c’è amore tra gli uomini e per mezzo della tentazione del demonio, che è sempre pronto a suscitare odio, divisioni e altri mali. La carestia dipende dalla scarsità dei prodotti agricoli che a sua volta è dovuta alle condizioni climatiche dell’anno, tanto che un esperto di agricoltura dell’antichità ha affermato: “L’anno fruttifica, non la terra”, ossia la produzione agricola dipende dal clima del-l’anno e non dal terreno. Tuttavia la carestia, non può dipendere a volte dal fatto che non si osservano i comandamenti divini?
2.5.Chi faci beni vulera essi accisu = Chi fa del bene dovrebbe essere ucciso.
Il proverbio è stato formulato da una persona divenuta schiava di un sentimento di “invidia della grazia altrui”: un sentimento che rappresenta uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo, ossia uno dei peccati “più gravi e funesti, perché con essi l’uomo si oppone ai doni spirituali della verità e della grazia e perciò, anche potendolo, difficilmente si converte”(Catechismo di S. Pio X, 153). Certamente tale proverbio è ispirato dal demonio, che è sempre attento a impedire qualsiasi opera buona, suggerendo di eliminare soprattutto le persone che fanno del bene. Si può affermare che il proverbio è quello dei satanisti, di cui sono vittime tanti giovani, special-mente quelli che ascoltano il rock satanico. Infatti “musiche e riviste rock possono rappresentare un ‘ponte’tra i giovani e il mondo del satanismo” (Carlo Climati, esperto di esoterismo giovanile). Chi fa parte del satanismo effettivamente cerca di eliminare chi fa del bene. Un esempio molto eloquente è l’episodio delle tre ragazze sataniste che, a Chiavenna (Como) nel 2000, uccisero suor Maria Laura Mainetti, conosciuta da tutti per la sua bontà e la sua carità.
2.4.Fa’beni ca ricivi mali = Fai del bene e riceverai del male.
Può accadere che facendo del bene si riceva del male come contraccambio, ma bisogna riconoscere che quasi sempre il bene è ricompensato: anche il cuore dei non credenti spinge alla gratitudine per il bene ricevuto. Bisogna pure credere che il bene, specialmente se è fatto per amore di Dio, non resta mai senza ricompensa, anche se questa non arriva subito, come ci assicura la parola di Gesù: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini, per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei Cieli”(Mt 6,1). Come si può notare, Gesù ci avverte che il bene bisogna farlo bene, ossia non per ostentazione o per essere ammirati dagli altri. Nel fare il bene, bisogna imitare i santi, che, con la loro fede vivificata dallo spirito di carità, ottenevano anche dei miracoli, per il bene del prossimo. Anzi s. Francesco di Sales ci esorta a far del bene anche a coloro che non lo meritano, poiché in questo caso possiamo farlo puramente per amore di Dio. Se si leggessero le vite dei santi e si conoscessero i loro buoni esempi, certamente saremmo più stimolati a far del bene a tutti.
2.3.Diu ni lìbiri ra l’uòmmini sbarbati e ra li fìmmini barbute = Dio ci liberi dagli uomini imberbi e dalle donne barbute.
Un tempo, alcune persone pensavano (ovviamente, a torto) che gli uomini privi di barba e le donne con la barba apportassero degli influssi malefici sulle persone. Può essere capitato che uno abbia ricevuto del male da un uomo imberbe e un altro da una donna barbuta e da ciò è stato formulato il proverbio. Dal punto di vista scientifico, nessun uomo o nessuna donna sono tali al cento per cento: la comparsa di alcune caratteristiche secondarie maschili e femminili è dovuta agli ormoni maschili e femminili. Dal punto di vista morale, anche gli uomini imberbi o le donne con barba possono essere dei buoni cristiani. Nel passato, il livello culturale generale nei paesi era molto basso e quindi nella spiegazione di certi fenomeni il popolo si affidava alla fantasia; oggi, tale livello è più alto e quindi solo qualche superstizioso crede a quanto afferma il proverbio.
2.2.Li abbu cogli e la iastima no = La beffa colpisce e l’imprecazione no.
A Rofrano, nel passato, i genitori raccomandavano ai loro figli di non farsi beffe delle persone disabili fisicamente o psichicamente, poiché i dileggiatori potevano contrarre gli stessi mali dei dileggiati. Tanti genitori, in un momento di collera, quando un figlio commetteva qualche errore grave o qualche azione riprovevole, non gli risparmiavano delle imprecazioni, che, secondo il proverbio, non apportava nessun danno a lui. Forse in alcuni casi è successo che uno, dileggiando un altro, gli sia capitato lo stesso male, e da questi casi è sorto il proverbio. Non è un comportamento da buoni cristiani farsi beffe degli altri, ma nemmeno lo è lanciare un’imprecazione contro una persona. Certo, nell’imprecazione c’è l’attenuante che è proferita in un momento di rabbia, mentre chi dileggia un altro è spinto a farlo dalla cattiveria; ma pensare che il dileggio procuri immancabilmente lo stesso male al beffardo e che l’imprecazione non provochi nessun male a chi la riceve è certamente un errore: l’imprecazione (o, peggio, la maledizione) può provocare, secondo gli esorcisti, dei disturbi malefici.
1.2.Ti poti chiù na mìria ca na sckuppittata = Ti può far del male più l’invidia che una schioppettata.
Molte persone credono al malocchio, ossia pensano che alcune persone invidiose possano fare del male con uno sguardo torvo. Anche a Rofrano vi sono persone che ci credono, ma forse sono poche rispetto al passato. Chi, per ignoranza della dottrina cristiana, crede a queste cose, evita di incontrare certe persone, perché ritenute apportatrici di malefici, cioè “iettatrici”. Per difendersi dal malocchio, le persone superstiziose, portano addosso dei cornetti (alcuni genitori li appendevano anche sui vestiti dei bambini) oppure mettono sopra le porte delle case dei ferri di cavallo o delle corna. Nel passato (o ancora oggi?) chi aveva un disturbo (per esempio, un mal di testa), spesso credeva che fosse causato dal malocchio e per guarire da tale influsso, si recava da certe donne anziane, le quali fa-cendo strisciare una chiave sulla testa e sul corpo della “vittima”, pronunciavano sottovoce delle parole e facevano dei rutti, considerati segno di maleficio. Molte persone ritenevano di essere state “guarite”dopo queste pratiche. Si tratta di un peccato di superstizione che si basa fondamentalmente sull’ignoranza della dottrina cattolica. Bisogna precisare però che, secondo gli esorcisti, alcune persone (ovviamente non praticanti) possono provocare, con lo sguardo e con l’intenzione di fare del male, per mezzo del demonio, dei disturbi (che sono sempre lievi, rispetto ad altri malefici) a delle persone che sono “recettive”, per debolezza psichica e per man-canza di difese spirituali. Il proverbio non tiene conto di questa precisazione ed è stato formulato da una persona superstiziosa e con un’espressione iperbolica.
33.1.Chi faci mali a li monaci, san Franciscu si nni paa = Chi fa del male ai monaci (o, meglio, ai frati), san Francesco lo ripaga del male fatto.
Bisogna subito precisare che i santi non sono vendicativi, ma chi reca una grave ingiuria alle persone consacrate, commette un peccato e certamente il buon Dio, che è misericordioso ma anche giusto, non lascia impunita l’ingiuria, se colui che l’ha fatta non si pente e non ripara in qualche modo il peccato commesso. Le persone consacrate seguono in modo particola-re il Signore e, per amore suo, servono le persone bisognose in tanti modi. Per ogni persona che abbia qualsiasi bisogno (materiale, morale, educativo, spirituale) esistono persone consacrate che dedicano la loro vita nel soccorrere tali persone, a volte anche a costo della vita. Ogni anno, sono martirizzati diversi missionari che dedicano la loro vita all’evangelizzazione e alla promozione umana di tante popolazioni, che ancora non conoscono il Vangelo, e spesso i missionari sono perseguitati da coloro che appartengono ad altre religioni o dalle autorità politiche.
32.1.Vruòcchili, gnuòcchili e priricaturi roppu Pasca nu sèrivinu chiù = Broccoli, gnocchi e predicatori dopo Pasqua non servono più.
I broccoli dopo Pasqua, in genere, non sono adatti per la cucina; gli gnocchi, una specie di pasta corta fatta in casa, sono ricchi di calorie: vanno bene nei mesi invernali, ma dopo Pasqua, considerando il lavoro che richiedono per prepararli, se ne può fare a meno; i predicatori invece servono sempre: “la fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo”(Rm 10,17). La fede deve essere sempre alimentata; la predicazione è uno dei mezzi per alimentarla. Il tempo liturgico che precede la Pasqua, quello della Quaresima, serve per prepararsi alla Pasqua e quindi sono molto utili le prediche. Una volta c’erano i cosiddetti “quaresimalisti”, ossia dei predicatori che pronuncia-vano una quarantina di prediche per la preparazione alla Pasqua e special-mente sui novissimi. Oggi i “quaresimalisti”sono forse scomparsi, ma i predicatori ci sono sempre, anche se predicano poco sui novissimi.
31.1.Ogni cosa teni lu rifiettu suu = Ogni cosa ha il suo difetto.
Il proverbio vuole riferirsi alle persone, per affermare che ogni persona è imperfetta. Esso è importante dal punto di vista religioso: affermando che nessuno è senza difetti, ci esorta a praticare la virtù dell’umiltà e anche quella della carità. Se nessuno è senza difetti, vuol dire che anche noi abbiamo i nostri difetti e quindi non bisogna considerarsi superiori agli altri, almeno dal punto di vista morale, e perciò bisogna essere comprensibili verso gli altri. C’è un “difetto”che ci accompagna per tutta la vita e che, secondo s. Francesco di Sales, muore tre ore dopo la morte naturale: l’amor proprio. È proprio questo vizio capitale che ci ostacola nella prati-ca dell’umiltà e ci rende poco comprensibili verso i difetti altrui. La sapienza popolare afferma che “ognuno di noi vorrebbe essere migliore degli altri”, ma non sempre ci si riesce; proprio questo limite umano dovrebbe farci accettare gli altri, con i loro limiti e difetti; ma si tratta di una “lezione” che non è facile mettere in pratica.
30.1.La porta ri lu iastimaturu l’acqua la apri e lu vientu la chiuri = La porta (di casa) del bestemmiatore l’acqua (la pioggia) la apre e il vento la chiude.
In sostanza, il proverbio afferma che la casa del bestemmiatore non è benedetta da Dio e quindi in essa non c’è pace né benessere. È noto il detto: “Chi ragiona non bestemmia e chi bestemmia non ragiona”. Infatti, se uno crede in Dio cerca di fare tutto per la sua gloria e se uno non crede in Dio, sarebbe stoltezza bestemmiare uno, che per lui non esiste! Ovvia-mente, il buon cristiano, oltre ad astenersi dalla bestemmia, cerca di riparare le bestemmie degli altri e di far capire a chi bestemmia che col suo comportamento, oltre a dare cattivo esempio, si procura del male. Infatti, un’altra massima che entrata nella cultura popolare, afferma: “Non sputare verso il cielo poiché lo sputo sulla faccia ti cade”. La bestemmia è un peccato grave: è contro il secondo comandamento di Dio. S. Giovanni Crisostomo afferma: “Per la bestemmia vengono sulla terra le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Il bestemmiatore attira il castigo di Dio su se stesso, sulla sua famiglia e sulla società”. S. Pio da Pietrelcina ha scritto: “La bestemmia attira la maledizione sulla tua casa ed è la via più sicura per andare all’inferno”.
29.1.A Natali: chi bella panza! A Pasca: chi belli panni! = A Natale: che bella pancia! A Pasqua: che bei vestiti!
Credo anche ancora oggi, a Rofrano, per il s. Natale, molte famiglie conservino la tradizione di preparare diversi cibi, che sono una delizia per la “pancia”: nella vigilia (che è giorno di astinenza dalle carni) si preparano alcune pizze, con diversi ingredienti, specialmente con la verdura, cui si aggiunge qualche acino di uva appassita (pizze cu l’èriva = pizze con l’er-ba, ossia con la verdura) e con le patate o riso, assieme ad altri ingredienti; zeppole (di due tipi; quelle più sottili si chiamano “scibbuni”), baccalà e altre leccornie. La cena dura più del solito. Una volta, a Natale, giorno in cui non si lavorava, le persone, almeno quelle di una certa età, preferivano stare in casa (i figli sposati andavano a casa dei genitori), per gustare i cibi preparati e divertirsi con giochi che ormai sono scomparsi; uscivano per partecipare alla Messa della Notte Santa; mentre i giovani e i ragazzi usci-vano per divertirsi, specialmente presso il fuoco del falò (“lu cippuni”), acceso in piazza con la legna che avevano raccolto nei giorni precedenti. A Pasqua si preparavano ugualmente le pizze e altri cibi prelibati; per le bam-bine, si preparavano dei biscotti a forma di bambino, con un uovo sodo al centro (erano chiamati “pizzihaddi”). Col tempo bello, specialmente la gioventù preferiva indossare i vestiti più belli e uscire per le vie, per attirare gli sguardi della gioventù dell’altro sesso…
28.1.Chi mangia carni la vigilia ri Natali o è turcu o è cani = Chi mangia carne la vigilia di Natale o è turcu o è cani.
Nei tempi passati, nelle vigilie delle grandi feste dell’anno liturgico, si praticava l’astinenza della carne e altre penitenze. Era un modo per preparar-si con più fervore a una solennità. Con le varie riforme liturgiche, tante norme sono state cambiate o, meglio, mitigate, dal punto di vista penitenziale. La Chiesa, nel prescrivere le norme che devono guidare i cristiani sulla via della perfezione, non può non tener conto del cambiamento delle condizioni sociali. Nel passato, uno dei precetti della Chiesa, era quello di non mangiare carne in tutti venerdì dell’anno; era una penitenza che richiedeva un certo sacrificio, in quanto raramente si poteva mangiare la carne. Oggi, la carne non scarseggia come una volta; anzi i medici consigliano di mangiarla soltanto due volte la settimana, per prevenire dei disturbi alla salute. La Chiesa, che nelle sue disposizioni è sempre materna, ha tenuto conto di questa evoluzione e quindi ha stabilito che bisogna astenersi dal mangiare carne soltanto il mercoledì delle Ceneri, i venerdì di Quaresima e il Venerdì Santo. Una delle grandi solennità cristiane è certamente il s. Natale. Oggi, nella vigilia, non è più prescritta l’astensione dalla carne, ma ovvia-mente chi può astenersene e lo fa per amore di Gesù, certamente compie una buona azione. Non per nulla la Madonna, in tante apparizioni, ha chiesto di pregare e di fare penitenza, per la conversione di tanti fratelli che camminano sulla via del male.
27.1.Quanna veni maggiu cu tanti fiesti, adduvi ti truovi ddà ti riesti = Quando viene maggio con tante feste, dove ti trovi là rimani.
Si sa che il mese di maggio è dedicato alla Madonna. Una volta il mese di maggio era festeggiato con diverse pratiche religiose in onore della Madonna. Chi voleva partecipare alle varie funzioni religiose, doveva inter-rompere, per un certo tempo, i suoi lavori, specialmente quelli agricoli. In questo mese ricorrevano anche altre feste: una volta le feste dell’anno liturgico erano più numerose. Un altro significato potrebbe essere questo: quando capiti in un paese, nel mese di maggio, mese in cui vi sono tante feste, lì ti conviene rimanere, in quanto puoi trascorrere dei giorni in allegria, conoscere qualche persona (anche a scopo matrimoniale) e gustare dei cibi che sono preparati soltanto in occasione di certe feste.
26.1.Giesù Cristu castiha li soi = Gesù Cristo castiga i suoi, ossia i buoni cristiani.
È un proverbio che è proferito da chi vede soffrire persona buona. Ogni azione cattiva, comporta una pena da scontare, o in questa vita o nell’altra. A volte il Signore, per far scontare le pene dovute ai peccati, manda delle sofferenze in questa vita, in quanto le sofferenze nell’altra vita sono più grandi, ma non tutti le accettano con il lume della fede; anzi i cristiani poco istruiti o non praticanti, quando hanno delle sofferenze, imprecano contro il Signore e quindi aumentano le sofferenze da scontare. Dio, nella sua misericordia, per far scontare i peccati commessi, manda delle sofferenze a delle persone, che con la loro fede e la loro pazienza, le accettano con serenità, praticando la cosiddetta “espiazione vicaria”, ossia soffrono per scontare le pene degli altri. I più grandi “espiatori vicari”sono i santi, che accettano sempre con serenità le sofferenze: ne comprendono il gran-de valore e consentono ad essi di esercitare una carità “eroica”. Gesù,
quindi, manda le sofferenze a coloro che le accettano per amore suo, per farli progredire nella via della santità e anche per la conversione dei peccatori.
25.1.Chi taglia pani, vai ‘mparavisu = Chi taglia pane, va in Paradiso, ossia chi pratica l’elemosina, va in Paradiso.
I poveri ci sono ancora oggi; forse ci saranno sempre. Nel Terzo Mondo, ogni giorno, milioni di persone muoiono di fame. Ogni cristiano, anzi ogni persona dovrebbe avvertire in dovere di soccorrere chi è nel bisogno. È noto il senso dell’ospitalità degli antichi popoli del Meridione; essa ancora oggi è molto sentita. Anche a Rofrano le persone di “buon cuore”credo che rappresentino la stragrande maggioranza. Del resto il dovere dell’elemosina ci è stato raccomandato da nostro Signore, il quale, nel giorno del giudizio dirà a coloro che non hanno soccorso il bisognoso: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno… Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare… ”(Mt 25,41-42). L’elemosina ci aiuta a scontare la pena dovuta per i peccati. “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato”(Tb 12,9). “L’acqua spegne il fuoco che divampa, l’elemosina espia i peccati”(Sir 3,30). Inoltre, con l’elemosina, offerta per i propri defunti, si scontano le loro pene; anzi, un tempo spesso si dava, per questo scopo, il pane ai poveri, che dicevano sempre al donatore: “Sia rinfrescata l’anima dei tuoi morti”.
24.1.Quanna ti scumpiri, Diu pruviri = Quando ti scoraggi, Dio prov-vede.
Il proverbio, formulato in modo laconico, potrebbe essere interpretato in modo sbagliato. Il senso è questo: quando sei tentato di scoraggiarti di fronte alle difficoltà e ti rivolgi a Dio, affinché ti aiuti, Egli, in qualche modo, ti aiuterà. Tutti incontrano difficoltà nella vita, anche le persone buone e i santi; anzi soprattutto questi ultimi, perché essi, nel compiere ogni cosa per il bene delle persone, sono ostacolate dal Nemico del bene, ossia dal demonio, che mette sempre “il bastone tra le ruote”, per impedire la realizzazione di tante opere buone. Non tutti affrontano le difficoltà allo stesso modo. In genere, i non credenti, le affrontano in modo sbagliato, ossia confidando soltanto in se stessi o negli aiuti umani, che sono sempre limitati; i credenti confidano soprattutto nell’aiuto divino, le affrontano con serenità e le superano facilmente e talvolta anche in modo miracoloso. Infatti, Dio è Padre e Lui non abbandona mai i suoi figli.
23.1.Chiddu chi rai nun ti manca = Quello che doni non ti manca.
Credo che anche le persone egoiste, quando ricevono qualche dono, avvertano in sé il senso della riconoscenza. È un sentimento umano. Se uno non lo avverte, vuol dire che non è del tutto normale. Il proverbio ci vuole a invitare alla generosità. I santi, che anche in questo dovrebbero essere i nostri modelli, sono sempre stati generosi nel donare e si spingevano fino all’eroismo, in quanto sapevano per esperienza che “Dio non si lascia mai vincere in generosità”. Essi, come si suol dire, avevano le mani bucate e non avevano paura di andare incontro a difficoltà. Confidavano sempre nella divina Provvidenza, che non lascia mai mancare il necessario a coloro che hanno fiducia in Lei. Anzi constatavano immancabilmente ciò che ha affermato s. Francesco d’Assisi: “È donando che si riceve”.
22.1.È megliu a ubbirì ca a santificà = È meglio obbedire che a santi-ficare.
In sostanza, il proverbio vuole affermare che è meglio obbedire a una legittima autorità piuttosto che compiere un’opera buona opponendosi alla stessa autorità. Insomma, il proverbio vuole sottolineare il valore dell’obbedienza. Oggi, in genere, sembra che l’obbedienza non sia molto apprezzata, salvo ovviamente eccezioni, nell’ambito familiare e in quello sociale; eppure se si prendono in considerazione gli esempi dei santi o, alme-no, quelli delle persone virtuose, che dovrebbero essere i modelli per ogni persona, si capisce il grande valore dell’obbedienza. Il cristiano sa che deve obbedire alla legge di Dio e, quindi, ai legittimi superiori, voluti da lui, ma soltanto quando essi impongono dei comandi o emanano delle leggi che non si oppongono alla legge divina. In particolare, in virtù del quarto Comandamento, i figli devono obbedire ai genitori e gli alunni ai loro insegnanti, quando prescrivono dei comandi che non sono contrari alla legge divina. Ogni cristiano, dovrebbe tenere sempre presente l’esempio di Gesù, che obbedì al Padre, “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”(Fil 2,8).
21.1.Anima tinta, cuscienza lesa = Anima macchiata, coscienza ferita.
Il proverbio vuole affermare che quando l’anima è macchiata dal peccato, la coscienza (s’intende una coscienza retta) rimprovera il male compiuto. Nel compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica è scritto: “La coscienza morale, presente nell’intimo della persona, è un giudizio della ragione, che, al momento opportuno, ingiunge all’uomo di compiere il bene ed evitare il male. Grazie ad essa, la persona umana percepisce la qualità morale di un atto da compiere o già compiuto, permettendole di assumer-ne la responsabilità. Quando ascolta la coscienza morale, l’uomo prudente può sentire la voce di Dio che gli parla”(n. 372). La coscienza è una delle prove dell’esistenza di Dio, ma essa non è infallibile nello scegliere il bene: una persona può avere una coscienza erronea; essa, quindi, va educata. Infatti, lo stesso Catechismo afferma: “La coscienza morale retta e veritiera si forma con l’educazione, con l’assimilazione della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa. È sorretta dai doni dello Spirito Santo e aiutata dai consigli di persone sagge. Inoltre giovano molto alla formazione morale la preghiera e l’esame di coscienza”(n. 374).
20.1.La risgrazia ti veni a grazia = La disgrazia diventa una grazia.
Il proverbio equivale sostanzialmente a un altro molto noto: “Non tutti i mali vengono per nuocere”. È capitato che un evento, giudicato contro-producente, si sia poi rivelato provvidenziale. È capitato che uno, non facendo in tempo a prendere l’aereo, abbia considerato il fatto una di-sgrazia, ma avendo saputo poi che l’aereo era precipitato certamente l’ha ritenuto un fatto provvidenziale. Il proverbio vuole invitare ad accettare gli eventi non desiderati e a non drammatizzare su quelli spiacevoli. Un altro proverbio, conosciuto a Rofrano, afferma che “Dio ti chiude una porta, ma ti apre una finestra”; in un’altra località, lo stesso proverbio, l’ho ap-preso in questa variante più incisiva: “Dio ti chiude una porta, ma ti apre un portone”. Quindi, non bisogna scoraggiarsi di fronte agli aventi negativi, ma bisogna pensare che Dio “sa ricavare il bene anche dal male”, come afferma il Catechismo di s. Pio X. “Dio non turba la gioia dei suoi figli – asserisce il grande Manzoni –se non per prepararne una più vera e una più grande”.
19.1.Li manu ch’erà taglià, l’erà vasà = Le mani che vorresti tagliare le devi baciare.
Chi riceve una cattiva azione da un altro avverte, almeno istintivamente, la tentazione di vendicarsi; eppure se noi concediamo il perdono, oltre alla sensazione benefica che si prova nell’intimo della nostra coscienza, può avvenire che le persone che ricevono il perdono si ravvedano e diventino nostri benefattori. Il proverbio vuole quindi invitare al perdono, non solo per raggiungere la pace interiore ed esteriore, ma anche in vista di vantaggi materiali. Infatti, che cosa succede dove regna la malavita? Per mancanza di perdono, si provoca una lunga serie di omicidi. Per un cristiano, il valore del perdono è evidente: egli perdona, per imitare Gesù, che perdonò i suoi crocifissori, e anche per ottenere da Lui il perdono delle sue mancanze nel giorno del Giudizio. Chi non perdona farà la fine del servo spietato (Mt 18,23-35): una parabola che non si mediterà mai abbastanza.
18.1.Pacci e picciriddi Diu l’aiuta = Pazzi e bambini Dio li aiuta.
Certamente Dio aiuta tutti, ma il proverbio vuole affermare che Dio aiuta in modo speciale quelli che hanno un disturbo mentale e i bambini: entram-bi non riescono a percepire una situazione di pericolo. Infatti, è stato con-statato più volte (e da questa constatazione è sorto il proverbio) che per-sone del genere, trovandosi sole, hanno evitato dei pericoli che potevano arrecare loro un grave danno. Per i credenti non c’è dubbio che Dio, nella sua bontà, le abbia protette. Gli ammalati di mente e i piccoli non sono lasciati soli dai loro familiari, neanche da quelli che credono nella divina Provvidenza, perché possono combinare dei guai, ma in certe situazioni essi sono stati costretti a lasciarli soli e hanno dovuto constatare che il buon Dio li ha preservati dai pericoli. I dementi e i bambini sono persone innocenti, incapaci di compiere il male con piena avvertenza e deliberato consenso e quindi non c’è da meravigliarsi se il buon Dio li preserva dai pericoli.
17.1.Chi rai e poi arrobba, vai a l’umpiernu ‘ncatinatu = Chi dà (qual-cosa) e poi se la riprende, andrà incatenato all’inferno.
È questo un proverbio che era proferito quasi esclusivamente dai ragazzi e dalle ragazze a Rofrano. Infatti, quando un ragazzo dava qualcosa a un altro ragazzo e poi gliela toglieva, quest’ultimo citava il proverbio, per avere di nuovo ciò che aveva ricevuto; ma ricordando questo proverbio al suo donatore, non sempre riusciva a convincerlo, tuttavia in certi casi ci riusciva: i ragazzi di una volta (solo quelli di una volta?) credevano all’esistenza del demonio e dell’inferno. Certamente non è una buona azione dare qualcosa e poi riprenderla o, almeno, non è una norma di buona educazione, anche se un ragazzo non andrà all’inferno per una simile scortesia.
16.1.Cu lu buonu ‘nci cacci quarcosa, cu lu tristu nun ci cacci nienti = Con la bontà ottieni qualcosa (di buono), con la cattiveria non ottie-ni nulla (di buono).
Il proverbio completa in qualche modo quello precedente e vuole invitare le persone a fare del bene, ma in modo amabile. Il Signore ha affermato il grande mistico s. Bernardo di Chiaravalle –“non guarda solo i verbi, ma anche gli avverbi”. Il proverbio è anche importante nel campo educativo, specialmente quando bisogna fare delle correzioni e quando si deve assegnare un compito impegnativo ai propri figli. S. Giovanni Bosco, grande educatore, ha scritto in una delle sue lettere: “Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non venite mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere… Dal momento che sono nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione nell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione”.
15.1.Lu buonu vinci e lu tristu no = La bontà vince, la cattiveria no.
Il proverbio vuole invitarci a essere buoni con gli altri e a usare buone maniere; infatti, con le maniere amabili si riesce spesso a convincere gli altri circa le nostre idee, mentre con i modi sgarbati o peggio ancora cattivi non si ottiene quello che si desidera, salvo casi particolari. Questa norma è molto utile specialmente nel campo educativo. S. Giovanni Bosco, gran-de educatore della gioventù, col suo “sistema preventivo”, basato sul trinomio ragione-religione-amorevolezza, ottenne risultati eccellenti. La virtù della dolcezza è molto importante per vita cristiana. S. Giovanni Climaco, asceta orientale morto intorno alla prima metà del secolo VII, non esitò a definirla “la madre della carità”. Infatti, come ha affermato il grande ve-scovo benedettino mons. Mariano Magrassi (1930-2004), “non basta amare: bisogna essere amabili, ossia facilitare agli altri il compito di amar-ci”. Dolcezza non significa debolezza o sdolcinatura: a volte è richiesta, nei confronti del prossimo, una certa fermezza. Anche gli antichi saggi consigliavano, specialmente nel campo educativo, il motto: Fortiter et suaviter, ossia “con fermezza e con dolcezza”.
14.1.Chi nni faci beni si nni trova = Chi fa del bene, ne trova.
Anche se il bene non è sempre ricambiato, bisogna però riconoscere che, normalmente, colui che fa del bene ne riceve. Ci sarà comunque sempre la ricompensa divina al bene fatto con retta intenzione. Gesù ci raccomanda di fare del bene senza aspettare la ricompensa dal prossimo, ma per amore del Padre, che certamente ricompenserà, nella misura che non immaginiamo, il bene compiuto (cf. Mt 6,1ss). Nel giorno del Giudizio, noi saremo esaminati su come abbiamo praticato le opere di misericordia; ricordiamo sempre che praticando queste opere per il bene dei fratelli è come se noi le avessimo praticate verso Gesù e quindi chi non le avrà praticate, ascolterà la tremenda autocondanna: “In verità vi dico: ‘Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me’. E se andranno questi al supplizio eterno, e i giusti (ossia quelli che le avranno praticate) alla vita eterna”(Mt 25,45-46).
13.1.Chi teni la cuscienza pulita, nu temi si lu bussano a menzanotti = Chi ha la coscienza pulita, non teme (nulla) se bussano (alla sua por-ta) a mezzanotte.
Il proverbio, sostanzialmente, ha lo stesso significato di un altro molto noto: “Male non fare e paura non avere”. Infatti, normalmente, chi fa del bene è difficile che riceva del male o, almeno, è raro che possa ricevere del male per vendetta e quindi se qualcuno bussa alla sua porta, non lo fa per arrecargli del male, ma per chiedere qualcosa di cui ha bisogno. Tuttavia non è raro, specialmente nella vita dei santi, constatare che essi, pur facendo sempre del bene, ricevano del male per invidia da coloro che sono avversi al Cristianesimo. Essi comunque non temevano di essere chiamati anche di notte, poiché avevano sempre presente ciò che Gesù ha detto: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”(Mt 10,28).
12.1.Unu Diu e cientu cristiani = Uno solo Dio e cento persone.
Il proverbio è proferito da una persona per incoraggiare un’altra a non disperare quando ha bisogno di un favore. Se si tratta di un favore o, meglio, di una grazia, che può concedere solo Dio, la persona bisognosa deve rivolgersi a Dio ed essere perseverante nella richiesta. “Chi vuole grazie da Dio, non deve andare di fretta”, come afferma il proverbio già commentato. Se si tratta di un favore che può avere da un’altra persona, essa non deve scoraggiarsi, se, chiedendo il favore, ha dei rifiuti. Per ottenere il favore si può rivolgere a tante altre persone. Ovviamente, anche si tratta di un favore che può ottenere da varie persone, il buon cristiano si rivolge sempre al Signore, pregandolo di non trovare difficoltà presso le persone a cui si rivolgerà. Infatti, il proverbio : “Dio vede e provvede” vuole insegnare alle persone bisognose a confidare nella divina Provvidenza, che non fa mai mancare il necessario a chi lo chiede con fede e fiducia.
11.1.Va’ccu Diu ca la Maronna ti accompagna = Vai con Dio e la Madonna ti accompagna, ossia osserva la legge di Dio e la Madonna ti aiuterà a osservarla.
Il proverbio vuole inculcare una tenera devozione verso la Madonna. A Rofrano, una delle feste più sentite e partecipate è quella della Natività della Beata Vergine Maria. Tale festa, che ricorre, ogni anno, l’8 settembre, richiama anche rofranesi residenti in altri centri italiani e anche dall’estero. La devozione verso Maria SS. non è facoltativa, come può esse-re quella verso un santo, ma obbligatoria. Del resto, se si considera che la Madonna è la nostra Mamma celeste, si dovrebbe intuire che dobbiamo amarla di un amore speciale. Non per nulla, Paolo VI affermò che “non si può essere cristiani, se non si è mariani”, ossia se non si è devoti della Madonna. Tanti cristiani, anche a Rofrano, vanno in chiesa soltanto nel giorno della sua festa. Certamente non è una vera devozione. Chi è devoto di Maria osserva tutti i comandamenti di Dio, anzi dice sempre “sì”alla volontà di Dio, anche se questo “sì”comporta sacrifici e rinunce. “La vera devozione, come ha affermato sant’Agostino, consiste nell’imitare colei che si venera”. Quando l’arcangelo Gabriele, annunciò a Maria che era stata scelta come madre di Gesù, la Madonna proferì il suo “sì”al piano divino, pur prevedendo di andare incontro a tante sofferenze.
10.1.Tannu lu cielu si lamenta: quannu trarisci lu propiu sangu = Allora il Cielo (Dio) si lamenta: quando tradisci il proprio sangue, ossia i familiari.
I due comandamenti della carità sono questi: 1°Amerai il Signore tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 2° Amerai il prossimo tuo come te stesso. Secondo l’insegnamento di Gesù, questi costituiscono un solo comandamento. Come si può intuire, i nostri prossimi che bisogna amare per primi sono i nostri familiari, a cominciare dai genitori, che i figli devono amare e onorare, come ordina anche il quarto comandamento. Del resto, anche un altro proverbio ricorda questo dovere: “Aiuta li toi e l’ati si puoi”: aiuta i tuoi (cari) e (poi) gli altri se puoi. Il proverbio vuole sottolineare che quando non si amano i propri cari, significa tradirli e quindi vuol dire trasgredire in modo grave la legge divina.
Bisogna pure precisare che non sempre i genitori si comportano bene verso i figli, tuttavia, il buon cristiano sa che deve amare i propri genitori per amore di Dio e quindi deve essere sempre pronto al perdono e trattarli sempre con amore, anche quando sono anziani e mettono a dura prova la pazienza, ricordando che un giorno, a Dio piacendo, anche noi saremo anziani…
9.1.La fatiha ri la festa si la mangia la timpesta = Il lavoro nella festa se lo mangia la tempesta.
Il proverbio vuole inculcare l’osservanza del terzo comandamento divino: “Ricordati di santificare le feste”(cf. Es 20,8-11). Nel passato, partecipavano alla Messa nei giorni festivi la maggioranza degli abitanti dei paesi, ma anche allora si lavorava nei giorni festivi, nonostante fossero accaduti dei fatti che dimostravano quanto il proverbio afferma. Salvo il caso di una urgente necessità, non si trasgredisce mai impunemente l’osservanza del precetto festivo. Il santo curato d’Ars, s. Giovanni Maria Vianney diceva: “Io conosco due vie che conducono alla miseria: rubare e lavorare di festa”. Qualcuno potrebbe obiettare che si mangia anche di festa, ma ecco la risposta di un operaio cristiano, osservante del precetto festivo: “È vero, si mangia anche alla festa, ma si mangia anche quando si è ammalati, anzi nel tempo della malattia si spende più di quando si è in buona salute”. Chi ha fede nella Provvidenza, osserva il precetto festivo e non gli manca mai il necessario per vivere.
8.1.La cumpagnia la amau Diu = La compagnia è amata da Dio.
Il proverbio naturalmente si riferisce alla buona compagnia. Anche questo proverbio trova il suo fondamento nella parola di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”(Mt 18,20). In altri punti del Vangelo, Gesù parla dell’importanza dell’unione fra i credenti. Noi viviamo in società e per tanti bisogni dobbiamo ricorrere all’aiuto degli altri, ma la vera unione, nasce dall’amore; il vero amore, quello che vuole il vero bene, proviene da Dio e si ottiene da lui attraverso la preghiera. Se nelle famiglie non c’è unione vuol dire che manca l’amore, ma viene meno l’amore quando manca la preghiera in comune. Le famiglie unite, dal punto di vista umano, non sono diverse dalle altre: sono unite perché hanno trovato il mezzo che le mantiene unite, ossia la preghiera comune che custodisce l’amore e lo fa crescere.
7.1.Chi voli hràzii (ra Diu) n’edda i’cu pressa = Chi vuole grazie (da Dio) non deve andare di fretta.
Quando uno chiede a Dio una grazia, normalmente desidera riceverla su-bito, ma i tempi, il modo e la facoltà di concederla appartengono a Lui. Il proverbio vuole raccomandarci la virtù della fede, della fiducia e della perseveranza e anche quella della pazienza quando si chiede al Signore una grazia. Esso è stato formulato da un buon cristiano, il quale leggendo il Vangelo e partecipando alla Messa nei giorni di festa, sa che tali virtù sono raccomandate da Gesù. Infatti, ne afferma l’importanza in diversi punti del Vangelo e in modo chiaro con queste parole: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvo”(Mt 10,22). Nella parabola della vedova che importuna il giudice disonesto, Egli esorta a chi vuole ottenere una grazia di “pregare sempre, senza stancarsi”(cf. Lc 18,1-8).
6.1.Anime a Diu e genti a lu re = Anime a Dio e genti al re.
Una variante del proverbio è questa: “Anime a Diu e robba a chi rattùcca”, ossia “Anime a Dio e roba a chi tocca”. Il proverbio, di solito, è proferito, come forma augurale, in occasione di una nascita di un bambino in una famiglia numerosa. In sostanza vuol dire che la nascita di un bambino, non deve destare eccessive preoccupazioni, poiché un bambino è una persona in più da offrire a Dio e all’autorità civile per il servizio nella società. Il proverbio vuole ricordare che il neonato appartiene prima di tutto a Dio, che bisogna generarlo al più presto alla vita della grazia, con il Battesimo e che bisogna educarlo in modo cristiano, ossia insegnargli a rispettare la legge divina e, quindi, la legittima autorità. Si tratta di un proverbio valido specialmente per la nostra società, che, circa il numero dei figli, è piuttosto egoistica e riguardo all’educazione cristiana lascia molto a desiderare. È il caso di ricordare la bella frase del famoso poeta Tagore: “Ogni bimbo che nasce reca al mondo la lieta notizia che Dio non è stanco dell’uomo”. Nella variante il proverbio vuole inculcare la pratica della virtù della giusti-zia riguardante l’uso dei beni: bisogna dare a ciascuno il suo. Una virtù ricordata anche da Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”(Mt 15,21).
5.1.A la vuluntà ri Diu non si poti né aggiungi né livà = Alla volontà di Dio non si può aggiungere né togliere (nulla).
Quello che Dio ha prestabilito nella sua adorabile volontà non si può cambiare. Ciò non significa che noi non siamo liberi. La doppia predestinazione, ammessa da alcune sette dei Fratelli separati, è errata. Certamente Dio conosce tutti momenti della nostra vita, ma noi sappiamo di essere liberi. Anche il buon senso riconosce che è così. Infatti, sbaglierebbe uno studente che dicesse: “È inutile che io studi, perché se sono destinato a essere promosso, lo sarò anche se non studio”. Così sarebbe folle uno che affermasse: “Se è destinato che io devo salvarmi, mi godrò la vita e così salverò, anche se commetterò tutti i peccati, per godermi la vita”. Il proverbio vuole insegnarci a vedere la divina volontà in tutto quello che accade: infatti, Dio tutto vuole o permette per il nostro bene. Dio non vuole il male, “essendo bontà infinita, ma lo tollera per lasciare libere le creature, sapendo poi ricavare il bene anche dal male”(Catechismo di S. Pio X, 11). La stupenda storia di Giuseppe (figlio di Giacobbe), venduto dai fratelli, lo dimostra in modo chiaro.
4.1.Quanna chiovi, Diu lu boli = Quando piove, Dio lo vuole.
Credo che non esista al mondo una persona che almeno qualche volta non si sia lamentata del tempo e quindi della pioggia; ma “chi si lamenta del tempo, ci perde altro tempo”, afferma un altro proverbio rofranese. Si lamentano del tempo specialmente i contadini, poiché l’abbondanza del raccolto è condizionata dal tempo. Se ognuno potesse comandare il tempo a suo piacimento, cosa ne verrebbe fuori? Ognuno può immaginare cosa succederebbe. Ci sarebbe un tale disagio che non si potrebbe neppure… immaginare!Anziché lamentarci del tempo, preghiamo il buon Dio che ci mandi il tempo che ci occorre, e disponiamoci, come ci suggerisce s. Alfonso de’Liguori, nella sua operetta Uniformità alla volontà di Dio, a fare la sua volontà e ad accettare il tempo che Dio dispone per noi.
3.1.Chi voli lu mali ri l’ati, lu suu lu teni arretu la porta = Chi vuole il male degli altri, il suo lo tiene dietro la porta.
Chi desidera il male degli altri, spesso riceve lo stesso male. Ciò è confermato da un altro proverbio, che afferma: “Nu sputà ‘ncielu ca ‘nfaccia ti veni”, ossia “Non sputare verso il cielo, perché lo sputo ti cade in faccia”. Il cristiano quindi deve allontanare da sé ogni sentimento di invidia o di rivalità; non deve mai desiderare il male degli altri o augurare loro del 15 male. Egli deve ricordare e praticare la cosiddetta “regola d’oro”proclamata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti”(Mt 7,12). Il proverbio ci vuole pure ricordare che “la miglior vendetta è il perdono”o meglio l’amore verso i nemici (cf. Lc 6, 27-38).
2.1.Va’cu Diu ca Diu t’aiuta = Vai con Dio ché Dio ti aiuterà, ossia agisci secondo Dio e Dio ti aiuterà.
Chi osserva la legge divina, ama Dio e chi lo ama e confida in lui, certa-mente sarà aiutato da lui. Dio ricambia sempre il nostro amore, anzi non si lascia mai vincere in generosità da noi. Viceversa, chi non osserva i comandamenti di Dio, non può pretendere che Dio lo aiuti sempre. “Dio non aiuta i negligenti”ha affermato il grande sant’Agostino. I negligenti sono coloro che non pregano, non leggono la Parola di Dio, non partecipano alla Messa festiva. Molti si ricordano di Dio quando incontrano difficoltà o sono colpiti da qualche disturbo, ma non è un comportamento da vero cristiano.
1.1.Li mali uiràti li uira Diu = I male curati li cura Dio.
Certamente nel passato le popolazioni non sempre potevano disporre di cure adeguate per i loro disturbi fisici e psichici. Molte persone erano portate a preoccuparsi eccessivamente o a scoraggiarsi circa il futuro. Per avere coraggio, qualche ammalato si rivolse a una persona saggia e credente, che proferì queste parole, che poi divennero proverbiali. Infatti, tante persone, specialmente anziane, prima di citare un proverbio, affermano: “Mio nonno diceva… ”oppure premettono il nome di una persona saggia, da cui l’hanno appreso. Il proverbio vuole confortare coloro che, colpiti da qualche male fisico o psichico o morale, non trovano cure o assistenza oppure sono curati in modo inadeguato. Esso vuole inculcare la fiducia in Dio, che essendo onnipotente e infinitamente buono, può trovare il rimedio a ogni male. Vuole consolare anche coloro che, a causa della povertà, non hanno mezzi sufficienti per curare i loro disturbi. Anche a costoro il proverbio vuole infondere la fiducia nel Signore, che mai abbandona coloro che confidano nel suo amore.
Capitoli disponibili: 1 Proverbi sul sentimento Religioso, 2 Proverbi sulle false credenze, 3 Proverbi sul destino, 4 Proverbi sull’amicizia… altri in arrivo.
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Proverbi e modi di dire Rofranesi, tratti dall’omonimo libro di don Mariano Grosso. Per l’acquisto del libro oltre a poterlo effettuare dal sito web de Il Saggio Editore, si può richiedere una copia direttamente a questi recapiti ilsaggioeditore@gmail.com oppure al n. di cellulare 328.1276922. I testi vengono mostrati in maniera casuale e sono in continuo aggiornamento. Ricarica la pagina qui per leggerne un altro
Sintesi storica
Rofrano è un comune italiano di 1.293 abitanti (Istat 01/01/2022) della provincia di Salerno, in Campania. Si trova in una zona collinare a circa 450 metri di altitudine, nell’entroterra del Cilento, ha una superficie di 63,59 km².
La storia di Rofrano è legata a quella della sua posizione geografica e al culto religioso. Situata a metà strada tra la costa tirrenica e la zona interna del Cilento e Vallo di Diano, in passato Rofrano faceva parte del Principato Citeriore Regno delle Due Sicilie, una vasta regione che comprendeva la Campania e parte della Basilicata. Durante il Medioevo, Rofrano divenne un importante centro di transito per il commercio di prodotti agricoli e artigianali, grazie alla sua posizione strategica lungo le vie di comunicazione (Via del Sale) che collegavano la costa con l’entroterra.
Nel corso dei secoli, Rofrano ha visto sorgere numerose chiese, testimonianza della sua ricca storia e della sua importanza culturale. Tra i monumenti più importanti del comune, si possono citare i resti della Chiesa di San Giovanni Battista (oggi piazzetta), la Chiesa di San Nicola di Mira, la Chiesa di Santa Maria dei Martiri, e il Santuario di Santa Maria di Grottaferrata già convento di monaci Basiliani e residenza di principi e nobili feudatari. “Espulsi i Monaci, il Caraffa rideusse il Convento in propia abitazione, ch’è l’attual Palazzo Baronale, dove tuttor si veggon mattoni colle iniziali C.P. Conte Policastro, convertì in uso proprio beni della Chiesa compresi nel Feudo” Canonico Domenico Antonio Ronsini (Rofrano 23.06.1811 Rofrano † 20.09.1879). Altri edifici di particolare importanza storico-culturale sono ubicati nel centro storico. Segue una piccola raccolta fotografica che racconta una Rofrano dei tempi passati.
Collezione d'immagini storiche
Numeri utili
Comune di Rofrano
0974 952031
Guardia Medica Continuità Assistenziale
Via Zamilla 0974 952533
Carabinieri Stazione di Laurito
0974 954002
Soccorso Alpino
C.A.I. Montano Antilia 331 4597777
Farmacia Piazza Cammarano, n. 23
0974 952054
Soldati Rofranesi Gallery of Glory
Soldati Rofranesi della Prima e Seconda Guerra Mondiale meritano di avere un posto nella memoria, per loro voglio creare una galleria fotografica con nomi e cognomi ed eventualmente le informazioni come: Corpo di appartenza, grado, campagne di guerra, medagliere, stato di servizio in generale. Ho bisogno del vostro aiuto per farlo, inviate le vostro immagini dei nonni e bisnonni all’indirizzo e-mail rofranoblogelinks@gmail.com
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